I dispregiatori del Pragmatismo
| Pubblicato su: | Leonardo, anno III, fasc. 18, pp. 191-192 | ||
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| Data: | ottobre-dicembre 1905 |

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GIUSEPPE RENSI, avvocato italo-svizzero e consigliere di castità (v. Rivista di psicologia) dopo aver sfogliato due o tre numeri del Leonardo e aver letto qua e là qualche articolo, si è spaventato delle Contraddizioni del Pragmatismo e le ha subito comunicate all'Avanti della Domenica (16 ottobre).
Quali sono queste contraddizioni? che il Pragmatismo sostituendo il criterio di utile o buono a quello di vero non ha guadagnato nulla perchè è altrettanto difficile determinare ciò ch'è buono quanto ciò ch'è vero — che l'agire come se si credesse per ottenere la fede è lo stesso che dire: realizzate lo scopo e avrete il mezzo — che il Pragmatismo combatte la metafisica e poi implica una metafisica di genere berkeleyano.
La prima contraddizione non ci tocca. Essa si riferisce a quei pragmatisti (tipo Schiller) dai quali ci siamo abbastanza distinti, che insistono piuttosto sulle conseguenze buone che sulle conseguenze senz'altro.
Il Pragmatismo, in quanto vuol render chiare le idee, si occupa soltanto di dare un senso alle proposizioni facendo appello alle conseguenze che ne derivano o ne deriverebbero se fossero vere. È, insomma, un accentuamento dell'importanza della previsione nella conoscenza. Della previsione di queste conseguenze gli uomini si giovano poi per fare o non fare certe azioni, dati certi loro fini e chiamano conseguenze buone quelle che permettono di raggiungere i loro fini e inutili o cattive le altre.
Ma per dire che una credenza ci è utile o inutile bisogna prevedere quali conseguenze avrà per noi e bisogna che queste previsioni siano vere, altrimenti non varrebbe la pena di scegliere in base ad esse, vale a dire che il giudicare ciò ch'è buono o cattivo per noi rientra completamente nella ricerca di previsioni vere, a cui si riduce poi tutta la scienza, quella appunto nella quale il Rensi trova il vero e il falso. È dunque falsissimo che sia più facile determinare il vero che l'utile, dal momento che la determinazione dell'utile non è che una classe particolare di determinazioni del vero (intendendo sempre per verità la previsione che si verifica).
Anzi si può sostenere che questo genere di previsioni è molto più facile di altri. E assai più probabile ch'io preveda esattamente quando si tratti di sapere cosa mi gioverà, che non quando debba prevedere cosa succederà mescolando insieme alcuni corpi non ancora posti in contatto. L'esempio della religione, che il Rensi cita, non serve a niente perchè egli considera soltanto le conseguenze sociali della religione, e non pensa che io posso occuparmi di prevedere quello che avverrebbe di me, se io diventassi veramente cristiano, ciò con tutta l'anima e non solo colle pratiche esterne e niente affatto con certi accompagnamenti sociali (odi, persecuzioni!) dei quali se fossi cristiano in tutto il pieno senso della parola non avrei da curarmi.
La seconda contraddizione scoperta dal Rensi rivela tanta poca intelligenza in chi l'ha messa fuori che provo quasi vergogna a confutarla.
Il Pragmatismo ha per scopo gli atti, perciò quando dice agite come se credeste e la fede verrà viene a dire: realizzate lo scopo e avrete il mezzo! Sicchè, secondo l'avvocato Rensi, l'unico vantaggio dell'esser cristiani è quello dì andare alla messa e di recitare il rosario? Ma non capisce, l'egregio teorico della prostituzione, (v. Rivista di Psicologia) che il consiglio pragmatista significa questo: fate alcuni atti esterni della fede e questi atti vi diverranno piacevoli e oltre questi ne farete senza sforzo altri e in seguito a questi atti esterni succederanno degli atti interni, cioè dei cambiamenti psicologici i quali hanno un'importanza assai più grande dei cambiamenti materiali.
L'avv. Rensi crede che non ci siano altri fatti al di fuori di quelli esteriori? E non conosce tutti gli altri fatti interiori che possiamo aiutare a prodursi, per mezzo degli esteriori? Il metodo
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pascaliano è un mezzo per cominciare — il resto viene dall'interno, e per l'interno. E chi le ha detto, avvocato Rensi, che noi chiederemmo alla religione la pace dell'anima? Pascal è stato uno spirito inquieto ma le sue ore di esaltazione religiosa, quando egli scriveva sulla piccola pergamena joie, joie, joie, pleurs de joie, valgono bene tutte le paci degli indifferenti soddisfatti.
Data questa comprensione così ristretta e superficiale del Pragmatismo è naturale che il Rensi cada dopo in un ridicolissimo equivoco supponendo che quando parliamo della «fede che contribuisce a render vero e reale ciò che crede» noi intendiamo dire semplicemente il cambiamento delle credenze.
Inteso a codesto modo per forza che sarebbe un truism! Ma noialtri alludiamo invece a quei casi, che potranno essere frequenti o rari, ma che esistono, nei quali una previsione si verifica solo nel caso in cui noi la crediamo vera — in cui la fede, come dice il James, crea la sua propria verificazione. Mettete due uomini davanti a uno stesso ostacolo, a condizioni eguali meno una. Il primo cioè creda che egli è abbastanza forte per superare l'ostacolo e il secondo creda di sè il contrario. Accade quasi sempre che il primo riesce e il secondo no, per quanto tutti e due forniti delle stesse qualità — ma è bastata nel primo la credenza nella propria forza per fare aumentare realmente la propria forza e perciò per renderlo vincitore. Si tratta dunque, non di sostituzione di una credenza a un'altra, ma di una vera e propria azione della credenza sulla realtà. E un'altra volta prima di parlare con tanta tranquillità del Pragmatismo si dia almeno la cura, l'egregio avvocato, di leggere qualche pagina del Will lo believe di William James.
E veniamo all'ultima contraddizione. Il Pragmatismo, dice il Rensi, combatte la metafisica, e poi implica una metafisica, e una delle più terribili di tutte, quella idealista la quale (e se non ridi?...) è la negazione pura e semplice della realtà.
Non prenderò le difese dell'idealismo in questo momento. Mi limiterò a mandare a suo tempo all'avv. Rensi la traduzione di Berkeley che sto facendo, perchè se la legga un pochettino nelle serate d'inverno. Per ora mi basta proporre a tutti i lettori del Leonardo questi problemini: il dire che una cosa chiamata A dev'essere invece chiamata B significa dire che non esisteva ciò che si chiamava A? Dire che il mondo è fatto di zucchero piuttosto che di rosolio è lo stesso che dire che il mondo non esiste? Se i fatti psichici sono reali dire che il mondo è un insieme di fatti psichici è lo stesso che dire che il mondo non è reale?
Questo per l'affare della realtà. Ma il Pragmatismo, o principiante filosofo, non ha bisogno affatto di nessuna metafisica ne idealista ne materialista, ne di quelle che affermano la realtà, ne di quelle che la negano (!). Il Pragmatista prende il mondo come un insieme di fatti ai quali dà un nome collettivo neutrale: ad es. cose, senza dire che sia spirito o materia o roba simile. E dinnanzi a questo mondo dice: Io osservo che certe classi di cose cambiano quando cambiano certe altre. Fra le altre c'è una certa classe di cose, che dirò credenze, le quali, cambiando, fanno cambiare anche certe altre cose alle quali si riferiscono. E basta! Dov'è in tutto ciò la metafisica, l'idealismo, la negazione della realtà, il paradosso, Giorgio Berkeley e Louis Weber?
Sopra le chiacchierate del Rensi vi sarebbero molte cose da dire. Le uniche cose giuste che dice, cioè sulla derivazione del Pragmatismo, dal positivismo e da Nietzsche, son rubate al Leonardo. Infatti circa alle affinità tra Pragmatismo e Positivismo ha scritto Mario Calderoni (Leonardo, febbraio, 1905, P. 19) e il Nietzsche lo ritroviamo, diviso nei suoi principali elementi (Positivismo, Utilitarismo e Volontarismo) nella nostra lista delle fonti del Pragmatismo (Leonardo, aprile 1905, P. 45-46).
Non mi resta, dopo ciò, che a consigliare all'avv. Rensi due cose: prima di tutto cambiare il titolo del suo articolo e mettere invece di Contraddizioni del Pragmatismo le Incomprensioni del Rensismo e in secondo luogo di studiare con maggior comodo una questione prima di venire fuori, con dei sorrisini di trionfo, a raddrizzar le gambe a dei cani che le hanno ben diritte e che possono rivoltarsi a mordere, da bravi mastini insofferenti di mosconi che sono.
E con questo avrei finito se non mi rimanesse da applicare una zampatina al Prof. Alessandro Chiappelli, professore all'Università di Napoli domiciliato a Firenze, il quale, parlando nella Nuova Antologia (16 ottobre) del Regno e di Mario Morasso, ha trovato modo di mescolare ai luoghi comuni su codesti argomenti anche alcune fandonie sul Leonardo e sul Pragmatismo. Del Leonardo dice ch'è scettico e troppo acre e queste cose ce l'hanno dette tante volte che ormai non ci fanno più ne caldo ne freddo — e del Pragmatismo nostro dice che non è molto originale per chi conosce «l'odierno Pragmatismo inglese» (p. 553). Ora io informo caritatevolmente il geniale scopritore di quadri già conosciuti delle seguenti cose:
1) che il Pragmatismo non è solo inglese ma che alcuni dei suoi principali cooperatori sono o tedeschi (Mach) o francesi (Poincaré);
2) che il Pragmatismo italiano (vale a dire il gruppo del Leonardo) ha svolto in molte parti il Pragmatismo inglese ed ha aggiunto alcune cose interamente nuove, come io mostrerò in un prossimo articolo che comparirà in una rivista francese;
3) che il prof. Chiappelli ha imparato molto probabilmente dal Leonardo cosa sia il Pragmatismo inglese, perchè la sua coltura rivolta verso la Germania non gli aveva permesso la conoscenza fin qui che delle confuse lungagnate teutoniche di Windelband e di Riehl sopra la filosofia come scienza del valore, ch'è qualcosa di ben diverso dal Pragmatismo.
Ed ecco risposto, anche questa volta, con quell'acredine «disdicevole sempre alla tradizionale cortesia fiorentina.»
Non s'è accorto ancora, il Comm. Chiappelli, che noi non siamo molto amici ne della tradizione, ne della cortesia, ne dei fiorentini?
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